INTERVISTA A Marco Bollesan

INTERVISTA A Marco Bollesan

Intervista a cura della Redazione del Portale Sanitario Pediatrico

Marco Bollesan inizia a giocare nel CUS Genova nel ruolo di terza linea.

Esordisce in Nazionale nel 1963 contro la Francia e gioca 47 incontri (37 dei quali come capitano). Terminata la sua attività di giocatore diventa allenatore e dal 1985 al 1988 è commissario tecnico dell'Italia. Dopo essere stato team manager della Nazionale italiana dal 2005 è Responsabile delle Relazioni Esterne.


Il rugby è uno sport, se ci passa il termine, “complesso”: riduce le differenze e nello stesso tempo le esalta, rende tutti i componenti della squadra protagonisti utili, insegna l’organizzazione e l’impegno reciproco.

Mi sembra un'ottima definizione che interpreta nella sua totalità quello che è lo spirito del movimento rugbistico. Aggiungerei che in assoluto questo è lo sport in cui più emerge il concetto e l’importanza della squadra e del gruppo. Una parte significativa dell’organizzazione del gioco, ad esempio, è quella del “supporto” ovvero del sostegno dei compagni al portatore di palla, essenziale alla prosecuzione e alla riuscita dell’azione di gioco: di fatto quello che prevale è l’interesse comune di tutta la squadra senza la necessità del divo o della punta di diamante: bene questo è il valore aggiunto del nostro sport ed è facile immaginare come questo valore esprima un riflesso della vita quotidiana.

Un giocatore di Rugby ha quindi un qualcosa in più non solo come sportivo ma anche come persona?

Senza presunzione, un giocatore di rugby è una persona differente: una persona che sa cos’è lo spirito di squadra, sa confrontarsi con un gruppo di 20-25 compagni, in un contesto in cui l’obiettivo non è l’esaltazione della propria persona ma quella di tutto il gruppo che si esalta proprio nella somma di tutti i suoi componenti. Questi sono i principi che ci caratterizzano come sportivi e come movimento.

Il Rugby, oltre una apparenza superficiale di sport “violento” porta con sé una lunga tradizione cui siete molto legati?

I maul, i ruck, i raggruppamenti, le fasi di gioco racchiudono tutti e dei significati che vanno al di là del gesto atletico: come non identificare una maul con l’immagine di una famiglia unita che cerca di superare le difficoltà della vita, tutti insieme, compatti, contro chi spinge da una parte e chi spinge dall'altra verso un obiettivo comune?

È questa anche la cultura del nostro sport: una partita di rugby va oltre gli ottanta minuti giocati sul campo, non ci si sofferma mai al solo risultato della partita ma si guarda a tutta una serie di considerazioni che esaltano lo spirito di squadra, che esaltano il piacere del gioco e del confronto con l’avversario.

Quanto ha inciso per il movimento italiano l’ingresso nel prestigioso torneo delle 5 Nazioni ora denominato appunto “6 Nations”?

La crescita è stata progressiva, al di là dei singoli risultati, tutti hanno ormai convenuto che il nostro movimento e la nostra nazionale appartengono ad un rango di altissimo livello, e questo per noi è motivo di grande soddisfazione. A questo si aggiunge il valore delle nostre capacità organizzative: nell’incontro con il Galles, a Cardiff, la Nazionale era accompagnata e sostenuta da 3.500 persone, non credo ci siano altre Nazionali che riescano a muovere così tanti tifosi. I nostri tifosi si sono fatti apprezzare per la loro sportività, preparazione e fraternità e questo a prescindere dal risultato, una questione prettamente culturale. Gli anglosassoni ci hanno oramai accettato in questo Torneo per il valore dei nostri giocatori e di tutto il nostro movimento.

La Nazionale è quindi l’espressione di un movimento sempre più diffuso in tutta Italia?

Mi sto muovendo per tutte le società italiane e realizzando dei servizi per la tv: ho incontrato le squadre e le persone che se ne occupano, bene, ho scoperto un “sottobosco” affascinante, enorme, ma anche esperto e sostenuto da un grande entusiasmo, al momento abbiamo più di 60.000 tesserati in tutta Italia ed è da questa base che poi si arriva ai successi in Europa e nelle competizioni Internazionali

Vivo da sempre vivo all’interno di questo movimento ma non pensavo minimamente di trovare tutta questa passionalità che, comunque, continua a muoversi in un contesto quasi sempre amatoriale, difficile da trovare in altri contesti. Ci si guarda in tasca e si cerca di contribuire per il piacere di stare insieme: ecco il rugby lo considero come una grande famiglia di amici.

Speriamo di poter contribuire con questo nostro Speciale.

È un momento importantissimo per tutto il movimento, il 6 Nazioni si sta per concludere ma si avvicina l’appuntamento della Coppa del Mondo il prossimo anno. Ben vengano queste iniziative insieme allo sviluppo del movimento di base e ai risultati della Nazionale per fare da traino ad una sempre maggiore diffusione e conoscenza.

A quale età è possibile iniziare a giocare? Può come sport incidere positivamente nella formazione del carattere degli atleti più giovani?

L’approccio allo sport è sempre graduale, si può iniziare già dai sei anni: il mio riferimento rimane sempre quello dei paesi anglo sassoni, dove il rugby viene praticato in tutte le scuole, nei college, nelle università come sport ma anche come metodo di educazione e formazione. I valori legati alla solidarietà e unità di intenti fra compagni, o come il sostegno per il proseguimento dell’azione di cui abbiamo parlato finora sono concetti che poi nella vita ti porti dietro ed è importante che la pratica sportiva possa riuscire a trasmettere questi aspetti.

Credit: Federazione Italiana Rugby (www.federugby.it)

Web: http://www.ospedalebambinogesu.it/portale/opbg.asp?IDon=128&IDItem=3045

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